Purtroppo in Italia il poker ancora non è riconosciuto come gioco di abilità , diversamente da quanto accade nei paesi angolofoni ad esempio.
Nella percezione comune dello Stivale, il nostro Texas Hold’Em ricade in tutto e per tutto nella sfera dell’azzardo e viene accomunato a giochi di pura alea come slot machine, gratta e vinci e lotterie varie.
Per chi vuole fare del poker il proprio lavoro ciò può essere un problema, in particolare da un punto di vista familiare.
Un problema bello grosso è stato ad esempio per Simone Andrian, che nel podcast Under The Guns ha raccontato ai conduttori Carlo Savinelli e Davide De Luca le difficoltà incontrate in famiglia quando decise che il poker sarebbe stato il suo lavoro.
“Trovati un lavoretto estivo”
Andrian inizia il suo racconto dicendo che da diciottenne non andava particolarmente bene a scuola a eccezione di una materia.
A scienze c’era un professore che mi stava simpatico e mi piaceva la materia, quindi con lui ero un angelo. Per tutti gli altri prof invece ero un diavolo. Anche per l’andamento scolastico i miei volevano che di estate mi trovassi un lavoretto, ma io non ero tanto d’accordo… Pensavo che prima o poi avrei dovuto lavorare per forza, intanto mi potevo godere quei tre mesi liberi no? Cercavo di schivare il lavoro estivo. Quando arrivai a casa e dissi che avrei voluto giocare a poker di lavoro fu veramente un disastro.
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Una scelta obbligata
Il rifiuto dei genitori di Simone nei confronti della sua scelta di diventare pokerista ebbe delle precise conseguenze nel percorso di Simone.
Iniziai a giocare a poker con gli heads-up sit’n’go perché se tornavano a casa i miei genitori dovevo spegnere il computer, quindi magari perdevo due o tre buy-in. Se avessi giocato mtt invece magari mi sarei trovato a dover spegnere il computer a un final table che spostava cento buy-in. Per questo iniziai con i sit HU. Ma a un certo punto loro cambiarono la password del mio computer.
A caccia della password
A quel punto Simone iniziò a ingegnarsi per capire come risolvere il problema.
Il computer era in camera mia e quando loro lo dovevano usare mi misi ad ascoltare quante volte digitavano sulla tastiera. Così scoprii che la password era di nove lettere e iniziai a provare tutte le combinazioni con nove lettere che secondo me avevano senso. Avevo un quaderno su cui scrivevo le password provate, “AAAAAAAAB” e così via, le ho provate tutte quante. Per fortuna la password iniziava con la lettera B, era “birbacipa”, quindi il nome del cane e quello del pappagallo. Lì mi sono sentito veramente un coglione per non averla provata, un mese passato a provare coi quaderni. Fosse iniziata con la lettera Zeta probabilmente sarei ancora lì.
Ma dopo la password del computer i genitori cambiarono anche la password della connessione di casa a Internet.
A grindare dall’amico
E per Simone l’unico modo di continuare a grindare fu quello di farlo da casa di un amico.
I miei non tornavano a pranzo perché abbiamo un breakfast e loro lavoravano e pranzavano là senza venire a casa. Quindi io mangiavo qualcosa di arrangiato, tipo grissini o cose così perché all’epoca cucinavo proprio zero. E poi andavo sempre a casa di un amico e mi mettevo a giocare da lui dalle 14 fino all’ultimo torneo che erano le 3 di notte. A casa mia mi sarebbe stato impossibile farlo.
La casa di sua nonna aveva una grande taverna tutte fornita, con tre divani, bella grande insomma. Io andavo là e magari lui intanto giocava alla Playstation, aveva studiato in America ed era già informato sulle criptovalute prima di tutti, ci smanettava quando erano a veramente prezzi ridicoli.
E quindi niente, giocavo tutto il giorno da casa sua, poi intanto arrivavano altri amici, stavamo in compagnia. E’ stato bello stare là per più di un anno e non a casa completamente da solo. Senza questo amico, Alex, probabilmente oggi non sarei qui.
La ripresa tumultuosa
Dai 22 ai 25 anni Simone smise di dedicarsi al poker. Poi riprese a mo’ di hobby.
Con le vincite a un circolo live vicino casa mi ero comprato un iPad per giocare. Mi ero detto che comunque ci facevo dei soldi, anche se non dovevo giocare a livello professionistico potevo farlo come hobby. Tornai di nuovo a vincere, un giorno mia mamma entrò in camera senza che io la sentissi perché avevo le cuffie, altrimenti avrei subito chiuso tutto. “Di nuovo a giocare!” Mi disse. E io a quel punto le dissi che mi dispiaceva, ma con il loro sostegno o senza avrei comunque fatto questo. Loro mi tagliarono tutto, mi dissero “arrangiati, noi non ti diamo niente, tutto quello che vorrai da adesso dovrà provenire dal poker”. C’è però da dire che se mi avessero voluto mettere i bastoni tra le ruote veramente, mi avrebbero fatto andare via di casa. Invece decisi io poi di andare a vivere in Slovenia per giocare punto com.
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Genitori in quota
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata e complice anche una carriera con cui ha letteralmente bruciato ogni tappa possibile e immaginabile, oggi il lavoro di Simone è accettato dai genitori.
A un certo punto avevo i numeri. A mia madre feci vedere i grafici di SharkScope e fu la prima a capire. Oggi ha sempre una quota dell’un per cento di quello che gioco.
I tempi per l’accettazione da parte del padre furono invece più lunghi, ma anche con lui le cose si sono sistemate del tutto.
Per due anni non mi rivolse parola. Poi dopo che vinsi il braccialetto WSOPE a Rozvadov tornai a casa per Natale e mi disse “bravo”. Ci siamo fatti gli auguri e insomma, un po’ sì, mi sono sentito sciogliere perché comunque erano due anni che proprio non ci salutavamo. Era tardi, dopo sono andato a casa a dormire ed è finita lì, ma pensai che forse aveva capito. Credo che dopo un po’ fosse diventata soprattutto una questione di orgoglio. Io non ce l’avevo con lui, lui non ce l’aveva con me e dal giorno dopo è tornato tutto come prima.






