[▶️ VIDEO] Intervista ad Andrea Dato

da | Set 9, 2026

andrea dato intervista emozioni poker

Andrea Dato è un nome che non ha bisogno di presentazioni per chi frequenta il poker italiano, almeno negli ultimi 20 anni.

Uno dei nomi storici della scena, per molti ancora oggi uno dei volti di “Come Giochi” assieme a Flavio Ferrari Zumbini e Jackson Genovesi, 12° nella All Time Money List e giocatore che spazia dal torneo al cash game, dal live all’online.

Qualche settimana fa all’EPT Barcellona abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con lui per capire meglio cosa sta bollendo in pentola — e non parliamo solo di poker. “Datino” infatti ha iniziato una nuova avventura sui canali social, condividendo i suoi pensieri pokeristici ma soprattutto emozionali.

E le emozioni, come sta per insegnarci, hanno un valore troppo spesso sottovalutato in questo mondo.

In questo articolo trovi la trascrizione integrale dell’intervista, oppure guardare direttamente il video! Buona lettura o visione!

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Video: l’intervista ad Andrea Dato

Se non visualizzi correttamente il video, ecco il link all’intervista ad Andrea Dato.

 

Un nuovo capitolo social di Andrea Dato

L’intervista inizia proprio parlando di questo nuovo progetto da influencer/youtuber/content creator, tutti termini ripudiati da Datino. Ecco cosa ci dice al riguardo:

Innanzitutto non voglio darmi etichette: influencer, content creator, non lo so neanche io cosa sono. Ho deciso di buttarmi in questa avventura soprattutto per motivi personali — e sì, sembrerà strano, ma è così.

Motivi personali che sono vari, tra questi sicuramente c’è la creatività: nel poker arriva fino a un certo punto, mentre ho scoperto che questa cosa mi piace e mi dà opportunità di essere creativo.

Poi l’idea di creare una comunità. Il poker nasce come gioco così individuale e anche le comunità che ci sono sono più di confronti tecnici. Invece mi piacerebbe creare qualcosa che sia più empatico, più umano. Un luogo dove la gente possa condividere.

Stai cercando una community? Mentre si forma quella di Dato, vieni a dare uno sguardo alla nostra!

«Nel poker ho imparato a prendere. Ora voglio condividere»

E poi ci sono altri motivi. Uno è più profondo, quasi spirituale, diciamo.

Nel poker ho imparato tanto a prendere, a guadagnare, un po’ come in tutti quei lavori strettamente legati all’economia: tutto quello che guadagno io è quello che perdi tu. Facendo un po’ di lavoro personale, mi sono reso conto che in realtà l’economia dell’amore è completamente diversa: più condividi e più ti arricchisci.

E quindi volevo condividere, e visto che la competenza nel poker è una delle poche cose che ho da condividere, ho detto: voglio condividere la competenza tecnica, ma anche le montagne russe emotive che passa un giocatore di poker.

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Il peso di teoria ed emozioni nel poker

Il primo video introduttivo di Andrea, faceva dei velati attacchi alla teoria del gioco, allo studio della GTO, sottolineando l’importanza della parte emotiva. Non che sia una situazione da “una o l’altra”, ma questo lasciamo che lo spieghi lui: qual è l’equilibrio tra queste due componenti? E soprattutto, quanto vale davvero la parte emotiva nel poker?

Ovviamente non c’è una risposta precisa a questa domanda. Io sono sicuro, però, con l’esperienza, che in generale i giocatori sopravvalutano la parte tecnica rispetto a quella emotiva.

Perché è anche l’educazione che abbiamo ricevuto. Abbiamo avuto un’educazione matematica, numeri che poi si sono trasformati in range, solver, eccetera. Ma nessuno ci ha mai insegnato a riconoscere le emozioni, esprimerle, lavorarci su e capire in che modo le emozioni influenzano il nostro gioco.

Quindi non ho una percentuale da dare, ma di sicuro il lavoro sulle emozioni è un lavoro sottovalutato.

Reprimere le emozioni? «All’inizio sì. Poi ho imparato…»

In effetti, spesso chi inizia si scontra con il concetto di controllare le emozioni quando si gioca a poker, essenziale per non farsi trascinare via da esse e perdere la lucidità. Ma c’è una differenza sostanziale tra controllarle e reprimerle, differenza che non sempre viene compresa.

Sono contento che mi facciate questa domanda, perché ci vado a nozze. Il lavoro sulle emozioni, secondo me, è una delle parti più difficili che può fare un essere umano in generale. Quello che ho imparato io crescendo come giocatore di poker all’inizio era quello di reprimere le emozioni.

Il motivo? Esprimere le emozioni voleva dire perdersi nelle emozioni e lasciarsi travolgere da esse: rabbia, euforia, frustrazione, insomma, chi più ne ha più ne metta.

Quello che ho dovuto allenare – dopo aver allenato la repressione, quindi sono bravissimo a rimanere di ghiaccio – è quello di neanche identificarmi con le emozioni, quindi esprimerle battendo i pugni sul tavolo o cose del genere, ma semplicemente trasformarle.

Essere in grado di vedere la propria rabbia — parliamo di rabbia, per esempio — che ci scalda il corpo, che ci fa venire dei pensieri, della voglia di agire in un certo modo: “Adesso io quel giocatore lo punto e gli faccio un mazzo così”, eccetera.

Ecco, la possibilità di creare un testimone esterno che vede tutto questo meccanismo, e senza identificarsi lo osserva, ma poi agisce da uno stato di presenza e consapevolezza.

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Il punto più basso della carriera (e la svolta)

Ma quando e come è iniziata questa trasformazione, questo viaggio nel mondo emotivo? E soprattutto che benefici ha portato?

È cominciato nel punto più basso della mia vita, come spesso accade, quindi nella maggiore sofferenza. Ero disorientato, ero confuso e ho cominciato a chiedermi: “Ma è possibile che la vita debba essere solo questo? Ci deve essere altro”.

E quindi mi sono avvicinato a gente più esperta di me in questo lavoro, e dopo un lungo lavoro — si dice che siamo sempre principianti in questo lavoro, quindi non mi sento assolutamente di dire di essere arrivato — di sicuro sono stato in grado di osservare alcuni meccanismi che erano radicati in profondità in me.

Alcuni di questi li ho disinnescati, quindi sono diventato più artefice, più pilota di me stesso. Ne ho beneficiato? Beh, ovviamente sì, pokeristicamente, ma soprattutto non pokeristicamente, con le relazioni delle persone.

 

Il consiglio di Andrea Dato per i lettori

Così di getto, senza pensarci troppo, il primo consiglio che potrebbe dare al pubblico di Grinderlab, quale sarebbe?

Non so se è un pubblico di principianti oppure no. Per un pubblico di principianti direi: prendete il poker come un gioco serio.

Quindi organizzatevi come un qualsiasi lavoro: organizzate le vostre giornate, le vostre settimane, i vostri mesi. Non abbiate fretta di raggiungere i risultati. Quindi disciplina… forse non è la parola giusta, però una “pazienza programmata“, dai, chiamiamola così.

 

Il ricordo più bello: WPT Venezia e quel tavolo finale con Sam Trickett

Cambiamo argomento e passiamo a una curiosità: dopo 20 anni sulla scena, qual è il ricordo più bello che affiora nella mente di Andrea Dato?

Beh, di sicuro la vittoria del WPT a Venezia. È stato forse uno dei miei pochissimi successi in un torneo, cioè arrivare veramente primo. Poi era un tavolo finale con Sam Trickett, che all’epoca era il boss finale, o uno dei boss finali.

Quindi, anche economicamente non è stata la vincita più grande, come vincita emotiva sicuramente è stato il momento che ricordo con più lucidità.

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Come non annoiarsi dopo decenni di poker

Proprio visto che gioca da così tanto tempo, com’è il suo rapporto con il poker oggi? Riesce ad apprezzarlo allo stesso modo di com’era i primi tempi?

Guarda, rispondo come ho risposto recentemente quando mi dicono: “Come fai a non annoiarti dopo tanto tempo?”. Quello che faccio io è cambiare specialità con una certa frequenza: passare da MTT online, MTT live, cash game online e cash game live. Queste quattro specialità le alterno, in questo modo rinnovo la passione.

E poi anche sicuramente con lo studio. Lo studio è sicuramente un modo per rinnovare la passione, perché vedi nuove cose, nuove linee, e quindi alimenti la curiosità.

Obiettivi futuri: uno spoiler in esclusiva Grinderlab

E dopo tutto questo tempo, appunto, ha ancora un obiettivo da realizzare?

L’obiettivo da realizzare adesso non è proprio pokeristico, è più in questo progetto. Cioè riuscire — e qua è uno spoiler che non ho ancora detto a nessuno — la mia idea è di rendere il poker come strumento di lavoro personale. Questo sarebbe il mio obiettivo finale».

Insomma, la strada è lunga, però io ci credo che è possibile.

 

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