La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato riciclaggio in un caso di chip dumping su piattaforme di poker online.
Il giocatore fraudolento è stato accusato di aver organizzato una frode informatica tramite malware, generando accrediti fittizi su una non precisata piattaforma di gioco.
Utilizzando più account, perdeva volontariamente denaro a favore di alcuni, per trasferire fondi illeciti in modo che comparissero come vincite regolari.
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La sentenza ha chiuso definitivamente la vicenda dichiarando inammissibile il ricorso contro la condanna a 16 mesi di reclusione.
La tecnica del chip dumping nel poker online (ma anche live) è nota da molto: un giocatore con denaro “sporco” passa le chips a un complice su un altro account, trasformando le somme in denaro “pulito” che può essere prelevato legalmente dalla piattaforma e giustificato.
Spesso nel gergo pokeristico non è necessario che il chip dumping serva a ripulire i soldi: può essere adottato per altri motivi truffaldini tra complici di un tavolo. Il termine si riferisce semplicemente a “utilizzare azioni di poker per cedere volontariamente chips”.
La Cassazione ha stabilito che questa pratica integra il reato di riciclaggio perché utilizza i conti di gioco come strumento per movimentare denaro, ostacolando la tracciabilità della provenienza criminale. Non è solo una frode pokeristica contraria al regolamento delle room, ma un’operazione finanziaria camuffata.
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Il caso specifico vedeva il soggetto gestire più profili per trasferire circa €38.000 a più account riconducibili alla stessa area familiare. I riscontri degli inquirenti hanno evidenziato collegamenti con altri profili finiti sotto indagine, convergenza di dati tecnici sugli accessi con l’utilizzo dello stesso IP per diversi conti gioco.
La Corte ha respinto le tesi difensive che parlavano dell’attività come mera “perdita al gioco”, sottolineando la consapevolezza e l’intenzionalità delle perdite. Questo orientamento rafforza l’interpretazione restrittiva del reato di riciclaggio introdotta nel 2014, dove non basta un semplice deposito o prelievo ma serve una concreta capacità dissimulatoria dell’origine illecita.
La difesa ha provato a contestare anche l’assenza di approfondimenti specialistici sul chip dumping e soprattutto l’assenza di prove quanto all’origine delittuosa del denaro, ma la Cassazione ha ribadito che, nel tentativo di riciclaggio, è sufficiente la realizzazione di atti idonei diretti a ostacolare l’identificazione della provenienza illecita.






