Una delle inchieste che ha fatto esplodere il mondo del poker: il colosso media Bloomberg ha svolto un’indagine sul fenomeno bot nel poker online, scoprendo nuove verità sulle botfarm russe.
Si tratta di un articolo estremamente interessante, che riprenderemo per altri dettagli, ma inizieremo con il piatto forte: un’intervista alle menti dietro ai bot del poker online.Â
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Non ci dilungheremo troppo a raccontare la storia di questi personaggi, che del resto è tutto ciò che viene detto nel resto dell’articolo, quanto sulle loro parole dirette.
Dopo mesi di ricerche, i reporter di Bloomberg sono stati contattati direttamente da quelli che sembrerebbero essere i programmatori russi che hanno innescato il fenomeno botting ormai più di 12 anni fa. E quando i nomi cambiavano, le aziende cambiavano, i software si evolvevano, loro continuavano ad essere i responsabili.
Si noti che nell’articolo non vengono riportati i nomi reali di questi personaggi, due siberiani e un moscovita che si sono detti spaventati della loro incolumità in Russia in questo periodo, se dovesse venire fuori qualcosa.
Un incontro da film
La scena viene infatti descritta come un film. I tre hanno contattato Kit Chellel dicendo “Ciao Kit, sappiamo che hai cercato gente del nucleo di Neo per un po’ di tempo. Abbiamo deciso che è meglio avere una conversazione, che sedersi nelle ombre.”Â
Neo Poker Lab è stata la prima azienda dietro ai bot nel poker online. Sì, un gruppo di studenti che aveva programmato un software capace nel 2012 e 2013 di competere con altri software in giro per il mondo, di farsi valere e alle volte vincere.
Ricordiamo che i bot di poker sono di grande interesse scientifico a causa della complessità di questo gioco a informazione incompleta, e hanno un importante ruolo nella ricerca informatica.
Kit Chellel ha poi incontrato i membri fondatori di questa Neo a Yerevan, capitale dell’Armenia. Si sono presentati in due SUV con i vetri oscurati. Eppure i più spaventati sembravano loro, per le ripercussioni che questa intervista avrebbe potuto avere.
Due facevano parte del primissimo collettivo di studenti di Omsk, mentre il terzo era un talentuoso giocatore di poker che grindava 17 tavoli alla volta, ai tempi che furono.
Sono sempre stati questi personaggi dietro a BF Corp., Neo Poker Lab e Deeplay, società che sviluppavano e sviluppano bot all’inizio per utilizzarli, poi per rivenderli. Calza a pennello la metafora usata nell’articolo di chi, durante la corsa all’oro in Alaska, preferiva vendere pale che andare a scavare.
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Liquidity bot: approvati dalle poker room?
E la cosa più grave è che molti bot sarebbero stati “accettati”, se non implementati, dalle stesse poker room.
Questa cosa è stata confermata anche da altri personaggi, non ultimo Alex Scott presidente del WPT.
Il motivo? Le room guadagnano grazie alla rake e non hanno interesse reale in chi vince i soldi, e soprattutto un’alta liquidità è un’ottima pubblicità . Per questo hanno preso il nome di “liquidity bot“, e teoricamente hanno fatto comparsa in qualche poker room minore.
Il poker online è costruito su una menzogna
“Il poker online è costruito su una menzogna” ha detto uno dei tre. Il mito di Moneymaker ha illuso che chiunque con un po’ di skill e fortuna avrebbe potuto avere successo.
In realtà , secondo loro, il poker online era uno scenario darwiniano, da loro chiamato “King of the Hill“. I siberiani con la loro tecnologia erano molto bravi in questo contesto, grazie all’ammontare spaventoso di dati raccolti che permettevano loro di avere una visione più chiara del gioco.
Con un grafico hanno mostrato come negli anni sia crollato il winrate atteso medio. Pro e bot hanno fatto scorpacciate di soldi dai giocatori illusi dall’effetto Moneymaker, e nel corso del tempo è sempre stato più difficile fare soldi in maniera sostenibile per tutte le parti in gioco.
Con una meme che rappresenta cinque pro affamati che guardano un player ricreativo, uno dei boss dei bot ha spiegato “King of the Hill non è un buon gioco”.
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Ripristinare l’ecosistema… partendo dai bot?
All’inizio hanno provato ad aumentare la grandezza delle loro operazioni, poi a vendere i liquidity bot di cui parlavamo prima. Ma quando l’80% dei giocatori amatoriali si stanca di perdere dopo meno di 1.000 mani, il gioco è condannato a meno che non si trovi il modo di renderlo attrattivo.
Pensate il paradosso: sono quelli che costruiscono i bot a preoccuparsi dell’ecosistema pokeristico! Il prossimo step, dicono, è creare dei bot che non spremano gli avversari come limoni, ma che cerchino tavoli allo stesso loro livello di skill. “Come un poker Tinder” ha detto uno di loro.
Bot mediocri contro avversari mediocri, bot forti contro giocatori professionisti, bot scarsi contro ricreativi. Un modello di bot che non distrugga l’ecosistema e non sia rake-dependant. “Dobbiamo costruire un nuovo gioco”.
Sono messaggi che fanno cambiare prospettiva e riflettere. E la grandezza di queste riflessioni cresce con l’ultima dichiarazione di questi botter, che spiegano che oggi quella stessa struttura è adattabile ad altri contesti: baseball, cricket, fantasy sports, mercati finanziari, per trovare pattern fuori dalla comprensione umana.






