Da Palermo al Sunday Million: chi è MaxCos, il vincitore del torneo dell’anno

da | Gen 10, 2026

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Il il torneo dell’anno, si è concluso con la vittoria di “MaxCos”, e il vincitore è uscito allo scoperto: grinders, vi presentiamo Massimo Cosentino, 47enne di Palermo, appassionato di sport, ma soprattutto vincitore del Sunday Million!

L’agente immobiliare siciliano ha risposto al nostro appello e ci ha contattati sui social, rendendosi disponibile per quest’intervista che cattura l’essenza di un giocatore ricreativo – anzi, amatoriale – che realizza una soddisfazione unica. 

Senza troppe introduzioni, lasciamo che sia Massimo Cosentino a presentarsi al pubblico di Grinderlab!

 

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Chi è “MaxCos”, Massimo Cosentino

Ciao Max benvenuto su Grinderlab! Per prima cosa vogliamo sapere tutto sul tuo rapporto con il poker: hai vinto il torneo dell’anno ma non sappiamo se sei un professionista, un amatore, un cash gamer…

Se devo definirmi come giocatore, direi che prediligo nettamente i tornei. Il cash game non è nelle mie corde: lo trovo meno affine al mio modo di ragionare e di gestire il gioco. Mi piace la struttura del torneo, l’evoluzione delle fasi, la necessità di adattarsi nel tempo.

Gioco soprattutto in contesti privati e organizzati, piccoli tornei tra persone che si conoscono, qui a Palermo. Situazioni semplici, pulite, dove il poker è prima di tutto confronto e passione, non esasperazione.

Ogni tanto ho fatto anche qualche esperienza live più strutturata. Ho partecipato tre volte al Battle of Malta, senza però ottenere risultati particolarmente rilevanti. Ho giocato anche a Rozvadov, partecipando a un altro torneo importante, ma anche lì senza un percorso degno di nota.

Non ho alle spalle una carriera di risultati che possa avvicinarsi a quello di questo Sunday Million.

In passato ho vinto qualche piccolo torneo online su PokerStars, diversi anni fa, ma da tempo non mi cimentavo in tornei di questo livello e di questa importanza.

Ed è forse proprio questo il punto: non sono un professionista, non ho un curriculum da grinder. Sono un giocatore che ama i tornei, che rispetta il gioco e che, ogni tanto, quando le condizioni si allineano, riesce a vivere una serata speciale.

 

Il Sunday Million di “MaxCos”

Parliamo di questa serata speciale, allora: come è andato il Sunday Million? Tutto semplice, o hai dovuto faticare per arrivare primo?

Il Day 1

Mi sono qualificato il sabato, quindi la domenica ho potuto affrontare il torneo con molta calma fin dall’inizio. Mi sono seduto davanti al PC alle 21:00 e, insieme al Sunday Million, ho aperto anche un paio di altri tornei. L’idea era chiara sin da subito: giocare un poker solido, senza forzature, mettendo pressione solo quando avevo posizione favorevole — soprattutto da cutoff e bottone.

All’inizio, complice una struttura con bui piuttosto lenti e registrazioni tardive molto lunghe, ho scelto di selezionare bene le mani. In un torneo così, l’average resta basso a lungo, e questo favorisce chi riesce ad accumulare chip senza esporsi troppo.

A metà torneo, con un average intorno alle 60.000, mi sono ritrovato con circa 230–240.000 chips. Ed è lì che arriva la mano che, col senno di poi, ha segnato una svolta.

Sono in middle position con AA. Davanti a me c’è una 3-bet e un call da parte dell’unico altro giocatore del tavolo con uno stack simile al mio. Considerata la situazione, ho deciso che quella mano doveva chiudersi lì: rilancio pesante, tutti foldano tranne lui, che dopo una lunga riflessione rilancia ancora. A quel punto vado all-in. Chiama con Q-Q e vinco il colpo, salendo a circa 500.000 chip.

Quella mano mi ha dato una sensazione precisa: forse era davvero la serata giusta.

La domenica sera chiudo sesto assoluto e il torneo prosegue al giorno successivo.

Il Day 2

Il lunedì è stato, di fatto, un altro torneo. Con nuove iscrizioni e l’apertura delle bounty, il gioco è cambiato completamente. Ho scelto di non sfruttare subito il mio stack per aggredire, ma di difendermi, evitando spot inutili. Questo mi ha permesso di capitalizzare quando gli short stack, vedendomi giocare in modo chiuso, spingevano troppo.

C’è stato anche un momento complicato, una mano in cui ho perso circa 300.000 chip per eccesso di prudenza. Da lì ho dovuto ricostruire tutto da capo. Le bounty hanno scatenato una vera e propria battaglia: all-in continui, tavoli che si rompevano di continuo, una pressione costante. Non è stato semplice.

La mia prima bounty è arrivata piuttosto tardi, dopo mezzanotte, quando molte erano già state assegnate. Ho continuato però a giocare allo stesso modo, senza snaturarmi. Forse avrei potuto rischiare di più, ma non lo sapremo mai. Di certo, quella scelta mi ha portato fino in fondo.

Negli ultimi tavoli sono rimasto a lungo nelle retrovie, ma non ho mai mollato. In tutto il torneo credo di essere stato costretto all’all-in per sopravvivere non più di tre volte. Ogni volta è stata dura, ma è andata bene. Poco alla volta sono riuscito a risalire, anche individuando alcuni avversari meno esperti e sfruttando quegli spot con lucidità.

È stato un torneo lungo, faticoso, pieno di fasi diverse. Ma proprio per questo, estremamente significativo.

 

Cosa si prova a vincere il Sunday Million

Che emozioni si provano a vincere un torneo così?

Qui entra in gioco l’emotività, inevitabilmente.

La prima vera scarica arriva già con la prima taglia, che per me valeva circa mille euro. In quel momento ero già felice: avevo realizzato un piccolo sogno, arrivare a premio nel Sunday Million e vincere una bounty. Per me, sinceramente, era già tantissimo.

Poi, andando avanti, rimanendo ancora dentro con il passare delle ore, ho cominciato a percepire qualcosa di diverso. C’è stato un momento preciso in cui ho pensato: forse oggi è davvero la giornata giusta.

È lì che ho iniziato a scrivere al mio gruppo di amici con cui gioco abitualmente a Palermo. Siamo molto legati, ci sentiamo spesso, condividiamo il poker più per passione che per altro. Anche se erano le tre, le quattro del mattino, mi hanno risposto, mi hanno seguito, mi hanno sostenuto.

Loro mi conoscono bene, sanno come gioco e sanno che quando mi trovo con uno stack favorevole riesco a mettere molta pressione agli avversari. Quando siamo arrivati al tavolo finale non avevano dubbi: mi dicevano che ormai non mi avrebbe battuto più nessuno. E quella fiducia, anche se in modo inconscio, è passata anche a me.

Quando ho vinto, ero solo, seduto in cucina. Non c’era nessuno accanto a me. Eppure ho alzato le braccia al cielo come se avessi appena tagliato il traguardo di una maratona. Per un attimo mi sono sentito davvero il vincitore di qualcosa di importante.

Subito dopo ci siamo sentiti tutti in chiamata, abbiamo svegliato gli altri, abbiamo condiviso quel momento insieme. Non è, ovviamente, una delle emozioni più importanti della vita in senso assoluto, ma è stata senza dubbio l’emozione più bella che il nostro gruppo di poker abbia mai vissuto. E questo, forse, è il valore più grande di tutta la vittoria.

 

Il deal finale

Il deal finale a cinque giocatori ha fatto parlare. Come l’hai vissuto dall’interno?

È una situazione complessa da spiegare, soprattutto dall’esterno. Io non sono un professionista né qualcuno che pretende di stabilire cosa sia giusto o sbagliato all’interno di una piattaforma come PokerStars. Posso solo raccontare come l’ho vissuta io, da dentro.

Dal mio punto di vista, la presenza di una taglia da 100.000 euro ha cambiato radicalmente le regole del gioco. Quando siamo rimasti in cinque, avevamo davanti uno scenario molto particolare: un primo posto da circa 100.000 euro e un quinto posto da poco più di 9.000. Una forbice enorme, soprattutto considerando che eravamo rimasti in cinque giocatori.

Io, anche online, cerco sempre di “immaginare” gli avversari. A quel tavolo c’era un giocatore che, per dinamiche e scelte, mi è sembrato chiaramente molto inesperto, forse alla prima o seconda vera esperienza di poker. Aveva un gioco completamente fuori logica, ed è vero che da lui sono riuscito a prendere molte chip. Ma è anche vero che, in modo quasi paradossale, ogni volta che andava all-in con mani sfavorite, finiva per vincere.

Questa cosa non l’ho notata solo io. A un certo punto diventa inevitabile porsi una domanda: vale la pena rischiare di uscire quinti, magari con una mano teoricamente favorita, per portare a casa 10–11.000 euro, quando puoi garantirti una cifra molto più alta?

Oggi, con la lucidità del pomeriggio, potrei dire che forse si poteva aspettare, arrivare in tre e decidere dopo. Ma in quel momento eravamo alle sette del mattino, dopo ore e ore di gioco. La stanchezza fisica era enorme. Bella, emozionante, ma reale e pesante.

Quella differenza sproporzionata tra primo e quinto posto, unita alla fatica e alla consapevolezza che il montepremi complessivo era stato fortemente “spostato” sulle bounty, ci ha portati a fare una scelta. Una scelta che qualcuno può giudicare azzardata, altri prudente.

Io credo che, semplicemente, abbiamo scelto la razionalità invece della superbia.

 

L’ultima mano del torneo

L’ultimissima mano è parecchio curiosa, quali sono stati i tuoi ragionamenti?

Sull’ultima mano ho letto diverse critiche: sulla velocità della decisione e sulla giocata definita “terribile”. Io però quella mano la guardo dal mio punto di vista, da giocatore che era seduto lì in quel momento, non da osservatore esterno.

Arrivo a quella mano già in vantaggio di stack. Ero riuscito, attraverso la pressione costante, a superare il mio avversario: lo coprivo di circa 30–40.000 chip. Questo è un dato fondamentale, perché significa che andando all-in non rischio l’eliminazione.

Ho una coppia di 3 e decido di spingere, lasciando poi la parola a lui. Il board resta basso, una situazione in cui può succedere di tutto, ma senza strutture particolarmente pericolose. Arriviamo al river: esce una carta che mi fa perdere solo se il mio avversario ha un 7 per completare la scala. È una possibilità concreta, ma limitata.

Questa valutazione, però, non la faccio alla fine: la faccio mentre la mano scorre. Quando arrivo al river e faccio check, io ho già deciso cosa farò di fronte a una puntata. Nel momento in cui lui va all-in, ho una convinzione molto forte che non abbia quel 7. Se avesse chiuso scala, con tutta probabilità avrebbe cercato di estrarre valore, non di spingere diretto.

Quindi no, non è vero che “non ci ho pensato”.

Ci ho pensato per tutta la mano, e quando è arrivato il momento decisivo, la decisione era già stata presa. È una scelta basata su stack, dinamica, lettura dell’avversario e contesto, non sull’istinto o sulla fretta.

Ed è per questo che, a volte, una mano che dall’esterno sembra incomprensibile, dall’interno è semplicemente coerente

Passiamo al “vil denaro”: è una bella cifra, sai già come la investirai… e come la festeggerai?

Devo dire che, sui festeggiamenti, non ho fatto ancora nulla di straordinario.

Sono una persona con i piedi ben piantati a terra. Come tanti, ho dei mutui in corso, responsabilità quotidiane, e quindi questa vincita non rappresenta uno stimolo a cambiare approccio, né tantomeno a sedermi a tavoli più alti o a inseguire scenari che non mi appartengono.

Questi soldi verranno messi al sicuro. Daranno una mano concreta, probabilmente anche a estinguere uno dei mutui, e questo per me è già un risultato importante.

Il vero festeggiamento sarà semplice: con gli amici di cui vi parlavo prima, quelli della “notte di Natale”, gli amici di sempre che mi hanno seguito passo dopo passo, e poi con la famiglia, con le mie figlie. Magari un fine settimana insieme, per celebrare questo momento senza eccessi.

La verità è che la festa più grande è già avvenuta dentro di me.

È un orgoglio enorme. E lo dico perché, quando al deal finale ho letto commenti del tipo “avrei fatto all-in pur di andare a letto con il sacco di soldi”, ho capito che probabilmente ero seduto al tavolo con persone molto giovani, o comunque con una visione diversa dalla mia.

Io vengo dal poker dei primi anni, dal punto com, da Full Tilt, da un’epoca in cui arrivare primi contava quanto — se non più — dei soldi vinti.

Per me quella vittoria era l’obiettivo vero. Il mio festeggiamento è stato quello. Tutto il resto è, e resterà, secondario.

 

Clicca qui per vedere il replay del tavolo finale commentato da Eliano Berettieri e Alessandro Orsi.

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