Il day-after delle Stadium Series: è questo il poker che vogliamo?

Lug 28, 2020

Le Stadium Series, ovvero la sfilza di tornei programmati su PokerStars.it dalla metà di giugno alla fine di luglio, sono giunte al termine.

Il Main Event è finito tra le mani di Nicolò ‘NNWPT’ Nassetti, regular di lungo corso che sulla room della Picca Rossa non aveva esattamente brillato fino a ieri sera.

Uno shot importante da 50mila euro (51.794 per l’esattezza) in uno dei tornei più ricchi di tutto l’anno nel panorama italiano.

Uno di quei tornei che fa quasi venir voglia di iscriversi su una poker room almeno per provarci, ma che di certo non dà una svolta alla vita come accadeva ai tempi d’oro.

Ed è proprio su questo aspetto che vorremmo provare a soffermarci: shot di queste proporzioni sono diventati ormai una chimera, eppure l’affluenza ai tavoli di ieri sera ha dimostrato che, quando le cifre in ballo sono importanti, i giocatori si fanno vedere eccome.

Cosa è cambiato rispetto al passato?

C’era una volta il Sunday Million, il torneo online più ambito dagli appassionati, un appuntamento immancabile.

Lo si giocava in modalità freezout, senza taglie, BBante o qualsiasi altra diavoleria sia stata introdotta negli ultimi anni. Ma soprattutto, si vincevano delle cifre che potevano realmente dare un’altra direzione alla carriera di un giocatore.

Prendiamo ad esempio il Million del 2015, quello vinto da Marco Macellari, che riuscì a portarsi a casa una prima moneta da 200mila euro su un montepremi da 1.274.430€ (attorno al 17% del prizepool).

Nello stesso torneo “slaiervale” intascò 171.833€ (circa il 13.4% del prizepool), mentre ad “AleAsto2″ spettarono 125.171€ riservati al 3° classificato (poco più del 10% del prizepool).

In totale circa il 60% del montepremi veniva distribuito ai 9 finalisti, mentre il restante 40% andava a finire nelle tasche del 10-8% dei giocatori, che incassavano almeno il doppio di quanto investito.

Ieri sera, su un prizepool da 583.425€, il vincitore (senza dover stringere alcun deal) si è aggiudicato l’8.8% del montepremi, una cifra inferiore alla fetta spettante al 3° classificato fino a qualche anno fa.

Tutti felici, o forse no

A prescindere dal formato KO, che spalma ulteriormente il montepremi nei tornei MTT (che arrivano già a premiare  il 20% del field, ovvero oltre il doppio rispetto a quanto accadeva in passato), il calcolo è presto fatto.

Investendo una cifra X cinque anni fa si vinceva più del doppio rispetto a quanto non accade oggigiorno. E non parliamo soltanto dei Main Event, ma di qualsiasi altro torneo disponibile sulla room di riferimento per quanto concerne il poker italiano (e non solo).

Per quanto il poker nel lungo periodo possa essere un gioco meritocratico (o almeno questo è ciò che ogni professionista si augura) chiunque ha la possibilità di centrare uno shot pur non essendo l’erede di Phil Ivey.

E se il denaro investito non proviene dal poker (come per la maggior parte degli amatori) il sogno di poter dare una svolta alla propria vita (o semplicemente avere a disposizione liquidità sufficiente ad avviare un’attività o fare un investimento) non può essere messo da parte per delle becere logiche di mercato.

Si sente spesso dire che spalmare i payout garantisca lunga vita al poker, visto che la liquidità proviene da chi perde e non certo da chi fa questo per lavoro. Giusto, ma fino ad un certo punto.

Siamo proprio sicuri che un amatore, dopo aver recuperato il buy-in di un torneo (vincendo una manciata di euro in più rispetto a quanto investito), reinvesta il bottino nel poker?

E se, dopo diverse ore di gioco (e conseguente stress), andasse a riversare le proprie risorse in qualcos’altro? Magari in una decina di mani al black-jack o in una serie di giocate alla roulette…

A chi conviene spalmare i payout?

Di certo non ai giocatori, o perlomeno non esclusivamente. E’  sicuramente più profittevole per un’azienda far sì che il poker venga utilizzato come esca per poi andare a recuperare una parte più ingente di proventi da giochi che garantiscono una commissione (rake) più alta, come appunto i giochi da casinò.

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Per quanto tempo ancora dovremo tollerare i tornei in formato KO, con payout sempre più “orizzontali” senza battere ciglio? Fare il professionista di poker al giorno d’oggi è estremamente più complicato del previsto, ma anche vestire i panni dell’amatore non è poi così semplice.

Senza una spropositata dose di fortuna è praticamente impossibile chiudere il bilancio in attivo in un arco di tempo superiore a qualche settimana o mese di gioco. Quando si vince, non si vince abbastanza, è un dato di fatto.

E di questo passo gli amatori, più che i professionisti, saranno i primi ad esser scontenti: chi si siede al tavolo da poker, bravo o incapace che sia, lo fa per vincere. Cancellare il sogno all’insegna del “contenti tutti” non è affatto una soluzione, perché alla fine della fiera a gioire è soltanto la room.

Se ti sei perso l’intervista esclusiva con Dario Sammartino a un anno dal final table del Main Event WSOP CLICCA QUI

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