Cinque giorni intensi, un final table combattuto e un risultato finale che lascia un po’ di rammarico.
Abbiamo intervistato Dario Quattrucci dopo il quinto posto al PokerStars Open Namur: ecco la trascrizione della nostra chiacchierata.
La trasferta
Ciao Dario, partiamo dall’inizio: come nasce la trasferta di Namur?
Namur era in programma già da maggio, rientrava nelle tappe di giugno che avevo pianificato. Sono partito lunedì e il giorno stesso dell’arrivo ho giocato un torneino single day, come faccio sempre: di solito cerco di trovare qualcosa che coincida con gli orari di viaggio per non perdere una giornata utile. Ho soggiornato nell’hotel del casinò: quando la struttura è adiacente all’evento la prendo sempre perché voglio avere tutti i possibili vantaggi rispetto al field. Ridurre i tempi di spostamento durante le pause fa la differenza.
Eri già stato a Namur? Che ne pensi della location?
Era la mia prima volta a Namur e onestamente non posso dire granché sulla location perché ero totalmente concentrato sul gioco. L’unico aneddoto extra-tavolo è che durante una pausa cena più lunga del solito ho provato a fare una passeggiata e ha iniziato a piovere a dirotto. Sono tornato di corsa, mi sono dovuto cambiare e sono rientrato al tavolo con un outfit diverso, praticamente dopo una doccia improvvisata. Namur è decisamente piovosa.
Come sono andati i primi day del torneo e come era il field?
Mi sono registrato in late reg al Day 1, quasi pensando di ritentare il giorno dopo ma mi sono qualificato direttamente. Il Day 2 e il Day 3 sono andati molto bene, ho accumulato parecchie chip. Poi dal Day 4 è iniziata una run negativa. Sono stato card dead per due giorni interi, fino al final table. Il field era stupendo. Il reg francofono è un po’ più caratteriale ed emotivo rispetto al reg italiano medio, più equilibrato. Se vincono una mano lo fanno sentire, sono orgogliosi: questo li rende molto esplorabili su tanti livelli. Giugno in Europa poi è sempre un ottimo periodo perché i giocatori più forti sono alle WSOP e quindi il field è ulteriormente abbordabile. Non essendo mai andato a Las Vegas, in questo mese ho sempre trovato condizioni favorevoli. C’erano pochissimi italiani ai tavoli. Li ho incrociati in giro per il casinò, ma al tavolo quasi nessuno.
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Il final table
Sei arrivato al final table con 35bb. Conoscevi gli avversari e che strategia hai adottato?
In termini assoluti 35bb sono un ottimo stack per il torneo. La struttura era eccezionale, con livelli da 60 minuti nei primi day poi cresciuti a 75 e 90, il che ha permesso a tutti di arrivare in fondo abbastanza deep. Purtroppo mi presentavo come penultimo stack al tavolo, quindi il gap da colmare era reale. L’intenzione era accorciare quella distanza il prima possibile ma non ci sono mai riuscito concretamente. Ogni volta che avevo un dubbio su uno spot e decidevo di non prenderlo, rivedendo poi il video gli avversari avevano sempre top range -letteralmente top 5%, una cosa mai vista. Non conoscevo gli avversari: avevo fatto una ricerca sui nomi ma prendo le informazioni principalmente al tavolo, dai pattern di gioco, da quello che dicono, fanno ed esprimono. Erano tutti giocatori discreti, nessuno di spicco particolare senza che questa sia una accezione negativa. Semplicemente, era un tavolo senza nomi che bucano lo schermo.
Ho visto che hai provato qualche giocata, tipo quella cold 4-bet con A9 in cui poi hai foldato sul push avversario che aveva KK. Che ragionamento c’era dietro?
Stavamo giocando six-handed. Il giocatore su cutoff apre, e per come stavo leggendo il flow della partita poteva aprire largo in quello spot. Stimavo un range intorno al 30% delle mani. Bottone, ovvero il giocatore che poi ha vinto il torneo, di base è un giocatore molto stretto e conservativo, ma stava runnando in maniera impressionante ed era in un momento di grande fiducia: per questo pensavo potesse allargare il suo range di 3-bet rispetto al solito, magari inserendo molti Ax e Broadway fino a due gap. Ho ragionato sul fatto che una mia 4-bet avrebbe costretto original raiser a foldare l’80-90% del suo range e bottone il 60-70%. C’era anche un fattore di immagine: poche orbite prima avevo 3-bettato con 7-10 da small blind trovando il fold, quindi avevo bisogno di stringere il mio range di 3-bet e aprirmi invece quello dei 4-bet. A-9 è una combo ottimale per questo spot. Peccato che original raiser avesse JJ e bottone KK – top range entrambi. Detto questo, i JJ che foldano mi danno ragione sulla lettura, e i KK in realtà sbagliano: in quello spot dovevano flattare, non re-shovare. Quindi in termini assoluti la 4-bet con A9 rimane corretta. Questa volta è andata male, ma lo spot era buono.
Quando triplicare non basta
Dopo quel triplo-up con AJ contro AQ e AK hai pensato che la vittoria fosse a portata?
Quella mano è stata bellissima, emozionante. Ogni volta che andavo a showdown al Ginal Table dovevo girare le carte da sotto – gli avversari avevano sempre top range. Anche lì: original raiser apre, io re-shovo con AJ, bottone tanka a oltranza e mette dentro, poi BB calla – uno scenario già raro di per sé – e OR tanka di nuovo e calla con AK. Assurdo. Al flop scende un fante, poi arriva l’altro: non ci credevo neanche io. Contentissimo, spero che capitino altri mille di quei momenti. Ma riguardo al pensiero della vittoria dopo quello spot, assolutamente no, non ci ho pensato. Quando hai vinto uno spot e da sei siete rimasti in cinque, l’unica cosa a cui pensi è come arrivare a quattro. Non mi proietto troppo in avanti e non rimango ancorato al passato. Il focus deve stare sempre sul presente, sulla mano che stai giocando, sul livello in corso. Spostare l’attenzione è deleterio, toglie concentrazione. La vittoria è il motivo per cui mi iscrivo a ogni torneo – l’unico motivo – ma puoi raggiungerla solamente stando sul pezzo momento per momento.
Quanto ha bruciato l’eliminazione?
Una mano abbastanza standard. Five-handed, sono in posizione, c’è sempre lui – quello che poi ha vinto – che apre. Ho i nove, shovo. Lo small blind, che aveva appena perso un grosso pot e si era avvicinato al mio stack, si sveglia con gli assi. Good game. L’avevo cercato su Hendon Mob per raccogliere informazioni, ho visto le vincite, ma non lo conoscevo. Penso sia un regular dei circuiti. Finché continua a vedere gli assi così, andrà lontano.
Dopo Namur
Cosa hai fatto appena eliminato? E quali sono i prossimi appuntamenti?
Era tardo pomeriggio, avevo il volo il giorno dopo. Ho mangiato qualcosa, ho guardato lo schedule e c’era un Hyper che iniziava: mi sono registrato e ho fatto terzo. Il bello è che ero già mentalmente oltre il quinto posto del Main e mi sono alzato deluso dal terzo dell’Hyper, nonostante il montepremi non avesse nulla a che vedere con quello del torneo principale. È il modo in cui vedo le cose: sono competizioni, non prize pool. Il focus è sulla gara.
Quali sono i tuoi programmi adesso?
Luglio sarò al mare tutto il mese, nessun live. Ad agosto riprendo subito con Bratislava, dove ci sono le Circuit con parecchi eventi PLO, che è il mio main game live, e poi Barcellona per l’EPT. Dico sempre che giocherò il Main Event EPT ma poi trovo sempre un evento PLO in concomitanza e mi faccio trascinare dalle varianti. Quest’anno me lo sono ripromesso, anche se ho già visto che il Day 1A coincide con un PLO… Quindi vedremo. In generale per ogni trasferta scelgo giorno per giorno cosa giocare: vedo cosa c’è, scelgo il torneo, e non penso a quello che viene dopo.
Siamo ai saluti, se hai qualche dedica è questo il momento!
Se avessi vinto avrei dedicato il risultato alla mia compagna. Sto aspettando di vincere qualcosa di grosso per farlo. Il pensiero c’era ma questa volta non è andata così. Tutto sommato sono soddisfatto ma il rammarico per non essere tornato con il primo posto ci sarà sempre. Non posso essere soddisfatto al 100% se non vinco: vivo per questo, lavoro per questo. Sono carico per i prossimi eventi e voglio ottenere quel primo posto il prima possibile.






