Dario Sammartino a la Repubblica: “Il mio braccialetto dopo anni di sconfitte e delusioni”

Lug 3, 2024

dario sammartino braccialetto wsop

Il sigillo definitivo di una carriera strepitosa, in cui però l’aura di “eterno secondo” cominciava forse un po’ a pesare.

Fin dai vecchi Italian Poker Tour di PokerStars, in cui la picca gli sfuggì in heads-up per ben due volte, Dario Sammartino si portava appresso il neo della mancata vittoria.

In questa ottica il braccialetto vinto la settimana scorsa è stato una liberazione: il napoletano ne ha parlato in una intervista all’edizione della sua città del quotidiano la Repubblica, in cui ha anche spiegato bene la differenza tra poker e giochi di azzardo.

 

Le vincite nette di un pokerista

Nel preambolo il giornalista Pasquale Raicaldo rettifica l’informazione data dopo la splendida vittoria, che faceva credere che Dario avesse vinto sedici milioni in quella sola notte.

Giocare è il suo lavoro: un lavoro che gli è valso, da quando è un poker player, un giocatore di poker professionista, circa 16 milioni di dollari lordi (“Alla fine ne incasso al massimo il 15%”, precisa).

Poi iniziano le domande. Dario spiega che il braccialetto è “il premio per quindici anni di sacrifici e lavoro”, anche perché alle World Series Of Poker era il giocatore con più final table senza vittorie – ben ventuno.

Le domande dell’intervistatore danno modo a Sammartino di spiegare che la sua passione per le carte nacque dalle partite a tressette con la nonna, e che fu il padre a insegnargli il poker il giorno della morte di suo nonno.

Io stavo male. Papà si sdraiò sul letto con me e mia sorella e ci insegnò le regole. Me ne innamorai subito: è di gran lunga il gioco più bello che esista.

La famiglia però ostacolò la sua decisione di diventare un giocatore professionista, con l’eccezione di sua nonna, da cui andò a vivere due anni prima di trasferirsi in Slovenia e poi in Austria.

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Uno su cento ce la fa

Incalzato dalle domande del giornalista, Sammartino spiega che il poker non c’entra con gratta e vinci e giochi da casinò, dove tutti sono destinati a perdere sul lungo periodo: a poker il più bravo vince, ma si diventa professionista “solo studiando e lavorando su sé stessi. E la percentuale di chi ci riesce è bassissima: uno su cento, più o meno”

Dario specifica che per eccellere a poker servono competenze matematiche e statistiche, oltre che logiche, strategiche e psicologiche.

 

Arretratezza italiana

Quando il giornalista chiede il livello pokeristico in Italia, Sammartino riconosce che il movimento è arretrato per colpa delle limitazioni al gioco online:

In Italia si può giocare online solo contro gli italiani, sui domini “.it”. Come se le nostre squadre di calcio non potessero disputare la Champions League. Per questo chi vuole sfondare va altrove, all’estero. Come ho fatto io.

Il napoletano vorrebbe che nello Stivale si capisse che il poker è un gioco di abilità e non di azzardo, si dice innamorato della sua città e non riesce a vedersi tra dieci anni:

Il poker mi ha insegnato a pensare sempre al presente, al qui ed ora. Non programmo, mai.

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Il messaggio alle nuove generazioni

In chiusura di intervista, dopo aver parlato dell’importanza degli affetti nella sfera privata, pungolato dall’intervistatore Dario lancia un messaggio alle nuove generazioni sull’importanza di dedicarsi alle proprie passioni.

Ho giocato a poker non per fare soldi ma perché era quello che mi rendeva e mi rende felice. Ai giovani dico: cercate di primeggiare in ciò che vi piace, intuite dalle sensazioni che provate nella quotidianità se quella che state percorrendo è la strada giusta. E ricordatevi che perfezionare il proprio talento richiede sacrifici e lacrime: il mio braccialetto è arrivato dopo anni di sconfitte e delusioni. Ma ne è valsa la pena, altroché.

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