Se non hai vissuto sotto una roccia in questi giorni, saprai la top-news del poker italiano: Giuliano Bendinelli ha appena vinto il braccialetto al Monsterstack WSOPE Rozvadov!
Abbiamo subito contattato “giuli90” per congratularci di questo successo, e ovviamente per un’intervista per i nostri lettori! Bendinelli ci racconterà le emozioni, i nuovi obiettivi ora che siamo in vista Triple Crown, e anche un insight sui punti di forza.
Possono essere utili alla nostra community per crescere e migliorare! Consigliamo la lettura fino in fondo.
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Dopo 15 anni vincere emoziona ancora
Giochi a poker da più di 15 anni, ma sembra che vincere ti emozioni ancora. Ti sei tuffato a terra quando hai vinto: come ti sei sentito?
Sì, è vero. Anche se gioco a poker da 15 anni ormai, vincere mi emoziona ancora tantissimo. Sono sempre stato competitivo fin da ragazzino, quando giocavo a calcio: ho sempre voluto vincere a qualsiasi gioco, sin da quando ero bambino.
Quindi, ovviamente, anche a poker vorrei sempre vincere. Sappiamo bene che nei tornei ci sono centinaia, se non migliaia, di giocatori, e quindi è molto raro fare primo. Quando ci si riesce è una soddisfazione immensa.
Tutta la concentrazione e il “dover rimanere distaccato” che hai durante il gioco finalmente puoi sfogarli solo nel momento in cui vinci. E quindi trovo molto liberatorio buttarmi a terra: l’ho fatto a Barcellona e l’ho rifatto qui.
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Sbaglio o non stavi nemmeno guardando il board all’ultimo showdown? Fino al turn sembrava che non avessi un’emozione in corpo.
In realtà stavo guardando lo showdown sullo schermo che c’era dietro al tavolo. Ho guardato tutti gli showdown lì perché si vedevano enormi.
Quindi, invece che guardare il dealer che girava le carte, guardavo lo schermo che in tempo reale mostrava proprio gli showdown. Sembrava che stessi guardando da un’altra parte, ma in realtà stavo guardando eccome!
Il gioco di Bendinelli al Monsterstack WSOPE
Sei fiero del gioco che hai espresso? Avete fatto anche molto tardi: mentalmente sei riuscito a rimanere concentrato?
Sì, sono molto fiero del gioco che ho espresso e anche della tenuta psicofisica. Abbiamo giocato quasi 18 ore ininterrottamente, solo con brevissime pause. Forse non mi era mai successo in carriera di giocare per così tante ore.
Alla fine ero sveglio da quasi 24 ore, perché mi ero alzato abbastanza presto quella mattina. Quindi sì, è una delle parti di cui sono più fiero: la tenuta psicofisica che ho dimostrato e che sto dimostrando negli ultimi anni. Non è per nulla scontata, anzi è una caratteristica che hanno davvero in pochi, e sono molto migliorato in questo.
Non come a Barcellona, ma anche questa volta c’è stato un rimontone. Cosa rispondi a chi ti definisce “miracolato”?
Mah, non rispondo nulla a chi mi dà del miracolato: ognuno ha il diritto di pensarla come meglio crede. Sicuramente nel singolo evento la componente aleatoria la fa da padrona, e sicuramente sono stato molto fortunato a Barcellona e molto fortunato qui nel Monster Stack.
Detto questo, una carriera si costruisce con le skill, le tecniche, le strategie, il mindset, la tenuta psicofisica, la resilienza nei momenti più difficili, e non certo a colpi di fortuna.
Sono fiero di quello che ho fatto in questi 15 anni: i risultati grandiosi che ho ottenuto non sono altro che il frutto del mio talento e del mio impegno.
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C’è stata una mano che ti è rimasta particolarmente impressa di questo torneo?
Fino all’heads-up non ci sono state mani particolari che ricordi. Mi sono limitato a gestire tatticamente al meglio la situazione. Durante il tavolo finale avevo molta pressione ICM perché partivo 4° su 9, quindi c’era tanta pressione su di me. Però non ci sono colpi in particolare che mi sono rimasti impressi.
Invece all’heads-up sì. Lo split con A♥2♥ contro A♦J♠: al turn non potevo più vincere, potevo solo splittare, e cade un K♦ al river.
Poi K♦8♦ contro A♦J♠: lui prende Asso al flop e io faccio colore runner-runner.
E poi un colpo dove partivo avanti con A♦8♦ contro 10♥8♠: flop A♥10♣10♦, quindi ero morto, ma al turn scende il miracoloso Asso.
Non è tanto la percentuale con cui sono andato allo showdown, perché a volte ero un pochino indietro ma erano sempre colpi che si possono vincere.
Non c’era niente di incredibile: è più il modo in cui si sono svolti i board. Certo, erano all-in preflop quindi cambia poco, ma è stato divertente e adrenalinico. Al flop ero quasi sempre morto e poi ho preso dei runner-runner miracolosi che mi hanno tenuto in vita.
Triple Crown: ora il WPT è l’unico obiettivo
E ora si punta alla Triple Crown, ci sembra di capire.
Assolutamente sì. Ora è un obiettivo dichiarato, ed è l’ultimo che mi manca per la gloria eterna. Sono consapevole che sia difficilissimo: ci sono riusciti solo 10 giocatori nella storia del poker in tutto il mondo, e nessun italiano. Questo fa capire la portata dell’impresa.
Ora che ho vinto il braccialetto, rischedulerò un po’ il mio 2026 inserendo qualche WPT, perché se non li gioco non li posso vincere. Prima mi sembrava prematuro e mi concentravo su EPT e WSOP, però adesso che sono l’unico italiano ad aver vinto l’EPT e il braccialetto WSOP ha molto senso andare a giocare qualche WPT.
Non diventerà un’ossessione: non mi vedrete da domani giocare solo i WPT in giro per il mondo, ma sicuramente ne giocherò 3-4 all’anno.
Non ho fretta: non devo vincere la Triple Crown domani, ma è l’unico obiettivo che mi manca. Se dovessi raggiungere quel traguardo, avrei proprio finito il giochino. Non ci sarebbe più nulla, dal punto di vista della gloria, da poter vincere.
Note: La Triple Crown è il titolo che spetta a chi riesce a vincere un Main Event EPT, un Main Event WPT e un braccialetto WSOP qualsiasi. Altri giocatori hanno vinto un trofeo di queste organizzazioni (Davide Suriano, per esempio), ma solo 10 in tutto il mondo hanno vinto precisamente Main EPT e Main WPT, oltre al bracelet.
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A proposito: a questo punto della tua carriera giochi più per la gloria, per i “titoli”?
Diciamo che la gloria mi è sempre importata. Sicuramente, dopo la vincita enorme che ho fatto a Barcellona, mi sento molto appagato anche dalla parte economica. Quindi sì, magari ora il focus è ancora di più sulla gloria.
Fino a ieri era vincere il braccialetto, oggi ho vinto anche quello, quindi rimane solamente l’obiettivo della Triple Crown.
Certo, il poker si gioca a soldi: sono importanti, fanno morale, fanno piacere, fanno comodo, e non sono un elemento che mi lascia indifferente. Però sì, non sono più il mio focus principale al momento.
Già quando lo abbiamo incontrato a Campione d’Italia, ci disse che preferiva i trofei al vil denaro. Ma era in difficoltà!
Adesso preferiresti vincere un Main WPT o un braccialetto a Las Vegas?
Assolutamente preferirei vincere un Main Event WPT, tutta la vita! Perché significherebbe completare la Triple Crown. Come dicevo prima, ci sono riusciti solo 10 giocatori nel poker mondiale e sarei il primo italiano a farlo. Mi elettrizza solo il pensiero: sarebbe una cosa folle!.
Quindi sì, darei qualsiasi cosa per vincere un Main Event WPT. Come dicevo, non voglio farla diventare un’ossessione, ma se mi chiedi di scegliere tra un braccialetto a Las Vegas e un Main Event WPT, in questo momento non posso che rispondere che preferirei vincere un Main Event WPT.
Le nuove skill di Giuliano Bendinelli
Qual è l’ultima cosa che hai imparato che ha svoltato il tuo gioco?
Diciamo che non è l’ultima cosa che ho imparato, però forse è una cosa in cui sono diventato molto bravo tardi, negli ultimi anni.
Sono sempre stato, a mio parere, molto forte tecnicamente, ma non sapevo gestire perfettamente il torneo a livello tattico-strategico. Negli ultimi anni invece sono diventato, secondo me, un maestro in questo.
Ho capito che non puoi mettere sempre la quinta: ci sono momenti in cui devi accettare di avere la terza inserita perché subisci pressione ICM e devi fare un gioco più attendista. Però poi sono bravissimo a capire il momento in cui switchare e ingranare la sesta per andare a prendermi il titolo. So attendere per poi piazzare la zampata, e in questo sono migliorato tantissimo.
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Un secondo aspetto, anche questo molto importante, in cui sono migliorato è la tenuta psicofisica. L’ho dimostrato in questa maratona di 18 ore, ma anche in tante altre circostanze. Mi sono meravigliato positivamente della qualità della mia performance dal punto di vista della resistenza e del mindset: stare sempre concentrato nel presente.
Se hai un dubbio su una mano o subisci una bad beat, il passato è passato. Finché hai una chip — io ne sono la dimostrazione vivente, l’ho fatto sia a Barcellona che qui — non sei fuori dal torneo. È inutile rammaricarsi di quello che è successo o di come sei arrivato ad avere poche chips: devi stare sempre nel presente, concentrato, e giocare al meglio lo stack che hai, che sia un big blind o 100.
In questo sono migliorato tantissimo: tengo il passato sempre archiviato e mi concentro mano per mano per fare la performance migliore possibile.






