La lotta di Stephen Chidwick contro il disturbo bipolare: “Sono un bambino dentro un costume da robot”

da | Lug 24, 2025

stephen chidwick blocking bet

I giorni scorsi il secondo giocatore più vincente della storia del poker, Stephen Chidwick, ha fatto il suo ingresso sui social.

Nel suo post di esordio su X l’inglese, finora distintosi per il profilo sempre basso, ha ripercorso i momenti salienti della sua carriera parlando anche della battaglia mentale che si è trovato ad affrontare a causa dei disturbi di cui soffre.

E’ uno spaccato davvero interessante sul mindset del pokerista e sulle prove che giocoforza deve affrontare chi ha l’obiettivo di diventare un poker pro.

 

L’approdo social

Per iniziare, Chidwick scrive di essere stato sempre ben lontano dai social per una ragione profonda che solamente adesso ha capito.

Molti di voi mi conosceranno come un giocatore di poker di alto livello che non parla molto, e per molto tempo, credo, non ho pensato di avere molto di utile da dire.

Ho mantenuto un basso profilo per gran parte della mia vita. Ho costruito la mia carriera con una determinazione silenziosa e concentrandomi su ciò che potevo controllare: la mia preparazione, le mie decisioni, la mia costanza. “Non spreco tempo con i social media”, mi dicevo. E sebbene quella decisione fosse indubbiamente quella giusta per me in quel momento, le ragioni erano inventate, o almeno incomplete. Ciò che non ammettevo così esplicitamente era la mia paura: paura delle critiche, della vulnerabilità e della mia incapacità di controllare la mia natura ossessiva.

I disturbi

Chidwick scrive di avere sofferto di disturbi mentali che lo hanno allontanato dal mondo.

Quasi certamente rientravo nei criteri per il disturbo dello spettro autistico. Quasi certamente rientravo nei criteri per il disturbo bipolare, anche se non sono mai rimasto in ospedale abbastanza a lungo dopo un episodio da ricevere una diagnosi formale (se mi identifico o meno con queste etichette è un argomento per un altro giorno). Ho conosciuto l’isolamento di essere forzatamente separato dalla società, per la mia stessa protezione, e di chiedermi come ci fossi arrivato. Ho sperimentato l’essere così prosciugato socialmente dopo una giornata di poker dal vivo da andare a dormire affamato. Non perché fossi così concentrato da perdere l’appetito, ma perché quelle una o due brevi interazioni umane necessarie per nutrirmi erano semplicemente eccessive. So quanto possa sembrare assurdo – lo sapevo anch’io allora – ma nessuna razionalità ha impedito che fosse vero.

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La gratificazione

Col tempo Chidwick scrive di aver imparato a sublimare quella energia ansiosa e a trasformarla in una forza motivante che lo spingeva a raggiungere il suo massimo potenziale come pokerista e a dimostrare al mondo il suo valore.

Per l’inglese l’obiettivo sembrava raggiunto quando un sondaggio della rivista Card Player lo nominò come migliore pokerista del mondo. Ma a quel punto subentrarono altri problemi.

Quando sono stato votato dai miei colleghi in un sondaggio della rivista CardPlayer come miglior giocatore del mondo, i miei sogni erano diventati realtà.

Il mio ego aveva fatto il suo corso, ma non passò molto tempo prima che mi rendessi conto che mancava ancora un tassello.

Ora che venivo dipinto come “il migliore”, non c’era margine di errore. Nonostante tutto quello che avevo realizzato, non ero meno fragile. Ogni passo falso sembrava una minaccia all’intera narrazione. Sto scivolando? Sto diventando vecchio, compiacente e pigro? Per quanto tempo ancora potrò continuare a ingannare gli altri facendogli credere di essere così bravo, quando so quanto possono essere grandi i miei errori?

 

Quando le certezze continuano a vacillare

Alla base dei problemi di Chidwick c’era la accettazione da parte del mondo. Quindi, scrive, ogni volta che riceveva una critica superficiale la prendeva tremendamente sul serio. Anche un semplice “noioso” o “robotico”, riferito al suo stile di gioco o alla sua personalità, faceva vacillare le sue certezze.

Da qualche parte dentro di me, temevo che avessero ragione. Spinto dal mio desiderio di essere il miglior giocatore di poker possibile, iniziai a fare un lavoro interiore più profondo – sbucciando gli strati della mia struttura di convinzioni ed esaminando ciò che veniva alla luce. Perché sentivo di dover essere perfetto per essere degno? Cosa cercavo veramente attraverso il mio successo? Indagini scomode che, lentamente ma inesorabilmente, hanno iniziato a liberarmi dalle mie idee preconcette su chi fossi e chi dovessi essere.

 

I benefici

Questo lavoro su sè stesso ha portato a Chidwick enormi benefici.

Nella performance a tavola, ma soprattutto nelle mie interazioni quotidiane con la mia famiglia, i miei amici, i conoscenti occasionali e persino perfetti sconosciuti. I progressi mi hanno dato forza e mi hanno spinto ad andare avanti. Più mi affidavo alla vulnerabilità, all’onestà e alla fiducia negli altri, più mi sentivo sicuro, autentico e sicuro di me.

Sto imparando ad ascoltare non solo la mia preziosa logica, ma anche la voce silenziosa, misteriosa e inspiegabile dentro di me. La voce che parla quando IO sono in silenzio. La voce che ora mi spinge a scrivere questo – e a rivelarlo al mondo.

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Un messaggio per chi è intrappolato

Adesso Chidwick ha la forza di esternare quello che gli è successo e spera che possa essere di aiuto a chi si trova nelle condizioni in cui si trovava lui qualche tempo fa.

Eccomi qui, sono un bambino dentro un costume da robot. Solo un altro essere umano alla ricerca di amore, di connessione, di appartenenza. Stanco di scappare dalla mia ombra e pronto a fermarmi e a voltarmi (spero).

Questo messaggio è per chiunque si senta intrappolato nell’oscurità. Ho vissuto momenti che sembravano insopportabili, in cui l’idea di pace, o di connessione, o persino di una mente quieta sembrava incredibilmente lontana. Se ti trovi in quella situazione in questo momento, voglio che tu sappia: può andare meglio. Non sei rotto. Non sei irrecuperabile. Continua così.

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