Psicologia del poker: la domanda che rivela se stai migliorando o cercando alibi

da | Lug 21, 2026

mindset poker

“Ho giocato male?” e “Ma come fa a chiamare?” una differenza che secondo molti è ridicola, inutile, ma può spiegare perché due giocatori con identiche possibilità (stesso coach, bankroll e voglia di grindare) si trovano davanti due destinazioni completamente diverse: uno agli high stakes, l’altro fisso ai microlimiti per sempre. 

Ne parla sulle pagine di poker.org Paul Gibbons, ex trader di Wall Street, psicologo organizzativo e poker player con quasi un milione di dollari di vincite live in carriera.

Gibbons individua un leak che non si trova su PokerTracker, non si risolve con un solver e che può costare davvero caro: il modo in cui raccontiamo a noi stessi le mani che abbiamo giocato. 

 

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Il tavolo non mente. Noi sì

“Basato su una storia vera”, come dicono nei colossal hollywoodiani, due amici di Gibbons si trovavano in una condizione di partenza identica: stesso coach, stessa disponibilità economica, stessa ambizione.

Uno, nel tempo, arriva a giocare tornei da $10.000; l’altro rimane impantanato nei microstakes. La differenza, secondo Gibbons, risiedeva proprio nelle mani che mandavano al coach o nel gruppo di studio.

Il primo chiedeva: “Questa size turn ha senso?”, “Su questo river posso bluffare?”, “Dopo check-call flop, come va costruito il range al turn?”.

L’altro mandava cooler, il runout maledetto, il call inspiegabile del villain. Non cercava consigli, ma conforto; non un’analisi, ma una possibilità di whinare – e dimostrare che, se non vince, è colpa del fato.

In altri termini possiamo dire che il futuro high stakes player presentava problemi decisionali, mentre l’altro portava risultati, cercando qualcuno che gli desse ragione.

 

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Quando la varianza diventa un alibi

La psicologia chiama questo meccanismo self-serving attribution:

Quando vinci, il merito è della tua abilità; quando perdi, la colpa è delle circostanze.

Nel poker è particolarmente insidioso perché la varianza esiste davvero. Non dobbiamo nemmeno inventarci una scusa, basta usare quella giusta nel posto sbagliato.

Perdi un all-in da favorito? Può essere varianza. Fai un call river senza blocker e il villain gira un bluff? Può essere un errore che, per una volta, ha prodotto un risultato felice. Il problema è che siamo molto più severi con una decisione corretta finita male di quanto non siamo con una decisione pessima finita bene.

Questa è la trappola del resulting, concetto reso popolare nel poker da Annie Duke: giudicare la qualità di una scelta dal suo esito, anziché dal processo che l’ha generata.

E a questo si aggiunge un lato ancora più costoso: convincersi che un call sbagliato fosse buono perché il risultato lo “conferma”, e questo errore si insinua nella nostra mente e viene assimilato dal nostro gioco, continuando a fare danni.

 

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Oggi gli strumenti ci sono

Un tempo riuscire a separare con cognizione di causa qualità della decisione e risultato era davvero complesso. Sia per una teoria del gioco molto più grezza rispetto al presente, ma anche per un supporto tecnologico inferiore per quanto riguarda appunti e ricordi. Inoltre, non tutti erano contenti di dare consigli ai propri “colleghi-rivali”.

Oggi abbiamo database, solver, software di ogni genere, range, teoria dei giochi, coach e compagni di grind. È anni luce più semplice capire se la size era sensata, se i blocker erano corretti, se il call aveva abbastanza equity contro il range avversario.

Ma tutto questo non risolve il problema alla base, ovvero quello di evitare il whining per costringerci a fare la domanda scomoda. Anche perché troveremo sempre una parete di specchi da arrampicare per definire la mano un “cooler” e passare oltre, ed è importante riconoscerlo per evitarlo.

L’ego paga due volte

Dare la colpa alla varianza delle mani perse ci porta, per forza di cose, a non individuare i leak che le hanno prodotte. E attribuire alla bravura le mani vinte male forse è anche peggio, perché consolida un errore e lo trasforma nella nostra mente in una lettura exploitativa – che in effetti non è.

In pratica, l’ego ci presenta il conto su entrambi i lati. Non correggiamo gli sbagli nascosti dentro le sconfitte e replichiamo con fiducia quelli travestiti da successi.

E nel frattempo, chi rivede ogni mano chiedendosi analiticamente e umilmente “quale decisione potevo prendere meglio?” mette via piccole correzioni, una sessione dopo l’altra, finché i tanti piccoli vantaggi non si trasformano in qualcosa di grande.

 

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