Il 12 ottobre 2012, per la prima e finora unica volta, nel Parlamento italiano si parlò di poker.
La Camera doveva votare la legge sulla pubblicità sul gaming e l’allora deputato del PD – nonché pokerista – Mario Adinolfi intervenne per sottolineare ai colleghi parlamentari la distinzione tra gioco di abilità e gioco aleatorio (di fortuna), visto che la legge poi approvata racchiudeva tutto sotto la dicitura “giochi con vincite in denaro”.
Al PodCast UnderTheGuns Mario Adinolfi ha raccontato la gestazione e le difficoltà di quel discorso a suo modo storico.
L’intervento del “pokerista”
Alla domanda di Carlo Savinelli sul prima e il dopo quel discorso, Adinolfi racconta che le difficoltà iniziano dal prendere la parola in Aula e rendere conto al gruppo parlamentare, che era pervaso da un forte spirito anti-poker.
Per iniziare devi riuscire a farti calendarizzare in aula che non è una cosa automatica. Decidi di parlare di questo e devi comunicarlo al tuo gruppo parlamentare. In quel momento era il gruppo parlamentare più grande del paese, appartenevo al Partito Democratico che è, diciamo, massimamente ostile al momento del poker. Il Presidente del Consiglio unico della storia comunista che si chiama Massimo D’Alema, membro del mio partito, mi chiamava in maniera sprezzante il pokerista. Questo era il modo con cui si sintetizzava il suo disprezzo nei miei confronti.
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I pokeristi citati
Adinolfi prosegue il racconto spiegando che in Aula citò diversi pokeristi con tanto di nomi e cognomi.
Decisi di fare un discorso sul poker citando Dario Minieri, Luca Pagano, non era un discorso generico. Si apriva con le parole ‘Caro Presidente della Camera, se io e lei giochiamo a poker, lei non ha nessuna possibilità di battermi’. Questa era la frase iniziale. ‘Se io e lei ci compriamo un gratta e vinci, le possibilità sono diverse. Questo differenzia uno skill game da un gioco d’azzardo.’ Questa spiegazione era racchiusa in 40 secondi di discorso. A mio avviso era fondamentale per rendere un’aula che era totalmente inconsapevole di quello che stava per votare, perché si parlava delle sponsorizzazioni della pubblicità nel mondo del gaming, quindi era una questione molto rilevante e forse vitale per noi [pokeristi]].
In solitudine
Adinolfi racconta che durante quell’intervento venne lasciato solo dal suo gruppo parlamentare.
Quando voi vedete parlare un esponente politico di un gruppo importante, noterete sempre, anche se l’aula è quasi vuota, che accanto a colui che parla c’è una persona del gruppo. Questo serve a significare all’auditorio che il gruppo sostiene quell’intervento, e in più se [chi parla] ha bisogno di un bicchiere d’acqua, se deve passare un appunto, c’è una persona del gruppo che sta lì con te per fare questo lavoro. Se voi guardate quel discorso io sono lasciato completamente solo. Non c’è nessuno accanto a me e significa qualcosa.
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Un intervento per i pokeristi
In realtà il romano sostiene che quel discorso era rivolto anche alla comunità dei pokeristi, oltre che ai parlamentari. Per lui fu come lanciare un segnale.
Io ero interessato a parlare alla comunità , cioè a voi, e a dire ‘Guardate che adesso avete un rappresentante in Parlamento, non vi capiterà molto spesso. Quindi adesso cerchiamo di rappresentare i nostri interessi capendo che per rappresentare i nostri interessi noi dobbiamo essere comunità a sostegno di rappresentanti della comunità stessa.’ E facevo i nomi dei giocatori più noti, citai anche Rocco Palumbo e Phil Hellmuth per l’esempio dei braccialetti. Quei nomi precisi stanno a significare che ci sono delle leadership tra l’altro giovani, che voi che siete barbagianni non potete comprendere: questo era il mio rivolgermi al presidente della Camera e ai miei colleghi esimi.
Sul momento nella Camera regnò il gelo, ma poi Mario venne avvicinato in privato da alcuni colleghi.
Ovviamente il discorso non fu applaudito, diciamo così, anche se poi persone insospettabili vennero da me a dire ‘Mi spieghi bene, questa cosa che hai detto per me è importante’. E ho penetrato per certi versi un mondo che era impenetrabile. Qualcuno in quel momento ha scoperto chi fosse Dario Minieri e chi fosse Phil Hellmuth.
Cosa resta
Prima di passare ad altri argomenti, Adinolfi riflette sul treno passato per una comunità come quella dei pokeristi, che si regge su individualità e individualismi.
Oggi sono passati più di dieci anni, relativamente alla nostra comunità pokeristica è rimasto un fatto storico. Volevo costruire qualcosa che nel tempo sarebbe rimasto, se oggi ne stiamo ancora parlando evidentemente un pizzichino di quella ambizione è rimasto. Non è accaduto che poi la comunità si sia effettivamente presa carico dell’essere ognuno oltre sé stesso, magari dando credito a persone con leadership, a individualità che non sono la nostra stessa persona, cosa che invece tra gli individualisti è un po’ alla moda, per cui ognuno pensa di evidenziare sé stesso senza dare senso a una idea di comunità , in cui leadership plurali di varia natura possono esprimere qualcosa che poi per il paese ha un significato.
Dopo una digressione su altri argomenti, Savinelli riprende il pallino del discorso chiedendogli del dopo. Adinolfi dice che il seguito è stato maggiore nel mondo della politica che in quello del poker.
Mentre diversi parlamentari dopo il discorso gli manifestarono il loro sostegno in privato, tra cui “il presidente della Camera” e “quello che all’epoca era un parlamentare e oggi è un importante ministro della Repubblica”, dal mondo del poker il suo messaggio venne fatto cadere e l’istanza non ebbe un seguito.
Il Podcast
Ecco la puntata di Under The Guns con Mario Adinolfi ospite di Davide De Luca e Carlo Savinelli:






