Mezzanotte a Seoul. I club underground sono in piena attività , con la discrezione dovuta. In qualche appartamento riservato, uomini d’affari e volti noti dello spettacolo si sfidano in partite private high stakes.
Nel frattempo i grinder accendono le VPN per aggirare i blocchi e giocare online, per poi passare ore sui solver come un tempo facevano sui libri prima degli esami più difficili.
Dalla scena vivida emergono i paradossi di un paese in cui il poker è quasi completamente illegale, come racconta Michael Kaplan in un lungo reportage pubblicato su Card Player Magazine. Il bel servizio è frutto di un viaggio nella capitale sudcoreana tra professionisti locali, insider anonimi e commentatori tv.
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Il paradosso: venti casinò, nessuno per i coreani
Le leggi sul gioco d’azzardo in Corea del Sud sono tra le più restrittive al mondo. Sul territorio nazionale sono attivi una ventina di casinò, ma sono riservati ai turisti stranieri: i cittadini non ci possono giocare.
L’unica eccezione è il Kangwon Land Casino, situato a 150 chilometri da Seoul ai piedi di un comprensorio sciistico, aperto ai coreani dal 1995 per rilanciare un’ex città mineraria. Ma per chi risiede nella capitale e vuole giocare seriamente, quei 300 chilometri andata e ritorno sono un bel deterrente. Come racconta a Kaplan un giocatore locale che preferisce l’anonimato:
Il Kangwon Land Casino è troppo lontano e troppo rumoroso. Preferisco rischiare giocando illegalmente qui.
A Jeju, l’isola-resort del Pacifico considerata la Hawaii coreana, otto casinò operano in una provincia autonoma. Negli ultimi anni hanno attirato tappe Asian Poker Tour, World Poker Tour e Triton Poker Series – parentesi di colore, all’ultimo Main Event si è fatto notare anche Mustapha Kanit. Un polo internazionale del poker d’alto livello a cui però, come già spiegato, i cittadini coreani non possono prendere parte. Per loro ci sono le partite private di Seoul. Una fonte rimasta anonima descrive a Kaplan un universo parallelo degno di un film.
Non sono aperte al pubblico. Ti fai presentare da qualcuno, entri, e probabilmente incontrerai facce note come quelle delle celebrità . Il buy-in può arrivare fino a centomila dollari. È probabilmente la partita più grande che puoi trovare in tutta la Corea. L’organizzatore decide tutto, chi entra e chi resta fuori.
Steve Yea: il pro troppo forte per le partite che contano davvero
Tra i professionisti coreani si staglia Steve Yea, player da quasi 3,4 milioni di dollari incassati in tornei live. A lui quella dimensione di gioco a sei cifre è preclusa. Il motivo è semplice e lo ha spiegato la stessa fonte anonima a Kaplan.
Se sei troppo forte a giocare, non ti vogliono. Sono persone che non si preoccupano dei soldi, amatori. Non sei un professionista che entra in un casinò e gioca quello che vuole.
La storia di Yea, come quella di molti altri pro coreani, inizia su StarCraft, il videogioco di strategia in tempo reale che ha trasformato la Corea nel paese con la scena e-sport più sviluppata al mondo.
Quando attorno al 2006 l’effetto Moneymaker raggiunse Seoul e i club clandestini cominciarono a spuntare un po’ ovunque, Yea lasciò subito gli studi di medicina che stava portando avanti
Ho cominciato a vincere subito. Non ho mai perso tutto al poker. Ho avuto alti e bassi di milioni con le crypto, in confronto il poker è un lavoro sicuro.
Il salto dagli e-sport alle carte non è un caso isolato. Il braccialettato WSOP 2022 nonché personaggio televisivo nazionale Jin-ho ‘YellOw’ Hong ha spiegato a Kaplan la connessione tra i due mondi:
Il multitasking che ho sviluppato come pro gamer mi ha permesso di gestire più tavoli simultaneamente. Riconoscere le sottigliezze sullo schermo, leggere la psicologia dell’avversario, calcolare le mosse ottimali: tutto mi sembrava molto familiare.
Yea oggi vive in un quartiere elegante di Seoul, gira su una Mercedes bianca e partecipa persino alle partite nei pub, a volte come scelta sociale, a volte in cambio di fee d’apparizione – fino a 2.000 dollari solo per sedersi al tavolo.
Ma il suo vero terreno di caccia è altrove: Macau, Manila, Las Vegas, la California del Sud. Viaggiare è obbligatorio per i professionisti coreani, che finiscono per passare più tempo all’estero che in patria.
Underground, raid e l’arte di restare invisibili
Poi ci sono le partite underground coreane che non sono affatto senza rischi. Kaplan racconta di una serata in cui venti gangster cominciarono a picchiarsi all’interno di un club prima che la rissa degenerasse fino ad arrivare in strada.
I raid della polizia sono frequenti, a volte spariscono i fondi degli operatori e la rake è spesso proibitiva. Eppure, paradossalmente, la cattiva reputazione del poker in Corea rappresenta un vantaggio competitivo per chi sa giocare davvero.
Molte persone in Corea considerano il poker puro azzardo. Sanno che dovrebbero studiare, ma invece giocano e basta. È un problema enorme per loro.
Il dirigente fantasma
In questo ecosistema si muovono figure come il dirigente d’azienda di cui ha raccontato la fonte anonima a Kaplan. Licenziato per via della sua ossessione per le carte, oggi fa il professionista giocando nei club underground fino a dieci ore al giorno.
Gli ho detto che doveva grindare nei club. Sapevo che era abbastanza bravo per farcela, ma non per andare molto oltre. È molto silenzioso, non si mette mai in mostra ed è sempre il primo a essere chiamato quando manca un quinto giocatore. È un talento naturale: simpatico e discreto.
L’ex dirigente oggi fa il poker pro e vive in un bell’appartamento in affitto. Non può comprarne uno perché altrimenti dovrebbe spiegare all’Agenzia delle Entrate la provenienza dei soldi. Per lo stesso motivo non si può concedere abiti firmati né macchine di lusso. A Seoul volare bassi fa parte del mestiere del poker pro.
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Daehyung Lee e il sogno infranto in una sola mano
L’anno scorso un coreano ha raggiunto per la prima volta il tavolo finale del Main Event delle World Series of Poker. Prima di sedere al final table, aveva dichiarato che i suoi connazionali non sanno distinguere tra cash game e tornei, quindi avrebbe voluto contribuire a migliorare l’immagine del poker con la sua partecipazione al torneo di poker più importante.
Le cose però non sono andate secondo i piani. Daehyung Lee è infatti uscito in coinflip alla primissima mano del final table (AΧQΧ<5Χ5Χ) e così ha dovuto rimandare i suoi progetti.
“Un talento rarissimo”: il prezzo vero di sedersi ai tavoli di Seoul
A dare la sintesi più lucida dell’intero sistema, secondo Kaplan, è Lad Park. Il commentatore televisivo di poker è anche una figura di riferimento della scena locale e ha le idee chiare su cosa direbbe a un coreano che sogna una carriera da poker pro..
Gli direi due sole parole: non farlo. Probabilmente non ce la farai. Riesce uno su diecimila, oltre a guadagnare abbastanza per pagare l’affitto. Richiede un talento davvero raro.






