Smettiamola di osannare Stu Ungar come il migliore di tutti i tempi

Feb 12, 2020

stu-ungar

Il tempo a volte confonde le idee e non di rado si finisce per prendere delle cantonate colossali.

In Italia il fenomeno è particolarmente accentuato se si pensa alla politica, un paese dove la memoria collettiva sembra soffrire di demenza senile cronica, come se le lezioni impartite dalla storia fossero filastrocche da raccontare ai bambini prima di andare a dormire.

Dalle nostre parti è possibile fare tutto e il contrario di tutto nello spazio di pochi anni, per poi affermare di non aver mai detto o fatto assolutamente nulla – Silvio docet – senza che nessuno si permetta di evidenziarne i paradossi.

Al di fuori dei confini nazionali capita più o meno lo stesso, forse i tempi sono leggermente più dilatati ma il principio è il medesimo e lo si può applicare ai campi più disparati, compreso il poker ovviamente.

Il migliore di tutti i tempi?

Uno degli esempi più lampanti riguarda il periodico incoronamento di Stu Ungar – pace all’anima sua – come il giocatore di poker più forte di tutti i tempi.

C’è chi addirittura lo erge ad esempio da seguire o chi ne vanta le sue indiscusse capacità di calcolo come fossero l’unico elemento da tenere in considerazione quando si parla di un professionista delle due carte. – se Raymond Babbitt, il personaggio interpretato magistralmente da Dustin Hoffman in Rain Main, avesse giocato a poker si direbbe lo stesso di lui? –

Affermare che Stu Ungar sia stato il migliore al mondo dopo che la storia ci ha regalato mostri sacri come Erik Seidel o talenti cristallini come Fedor Holz, giusto per citare due nomi che a loro modo hanno nobilitato la figura del poker pro, è quantomai fuori luogo.

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Un po’ come dire che Ricardo “Ricardinho” Chahini – campione del mondo di freestyle nel 2019 – sia il più forte calciatore di tutti i tempi in barba ai vari Messi, Ronaldo, Zidane e compagnia cantante.

Un alieno

Che Stu Ungar sia stato capace di fare il vuoto attorno a sé è un dato di fatto. In un periodo in cui tutti quanti passeggiavano lui andava a cento all’ora, sfoderando un gioco tanto aggressivo da mettere in soggezione i suoi avversari.

Uno degli esempi più lampanti è quel call contro Mansour Matloubi risalente al 28 febbraio 1991, in un match heads-up cash game da 50.000 dollari di buy-in. Da molti viene considerato il call del secolo ed effettivamente si tratta di una giocata superlativa.

Stu gioca con 10♣ 9♥ e a bui 200/400 apre 1.600$ trovando il call di Matloubi con 4♠ 5♦. C-bet a 6.000$ su 3♠ 3♥ 7♣ (il pot è da 3.2K$) e call dell’avversario, mentre su K♦ si va al check to check. Il river è un Q♣, Matloubi si inventa un overshove a 32.000$ su pot da 15.2K$ e Ungar lo chiama con Dieci carta altaChapeau!

La cruda verità è che in quel periodo del nostro amato giochino nessuno ci aveva capito granché, motivo per cui uno come Ungar, che indubbiamente non era un cretino patentato, poteva permettersi di fare il bello e il cattivo tempo contro chiunque.

L’inarrivabile

Beh, comunque è riuscito a vincere per tre volte, di cui due consecutive, il Main Event delle World Series, diranno alcuni. Vero.

Capitò nel 1980, nel 1981 e nel 1997. Nelle prime due occasioni i partecipanti furono rispettivamente 73 e 75, mentre nel ’97 si arrivò a quota 312.

Giusto per fare un confronto a dir poco impietoso, tra il 1 maggio e il 15 luglio del 2018 Justin Bonomo ha vinto 7 tornei di spessore contro un field decisamente più preparato di quello contro cui giocava Stuey, nello specifico:

  • 25K EPT High Roller – 34 partecipanti – 378.000$
  • 25K EPT Single Re.entry – 21 + 8 partecipanti – 259.700$
  • 300K Super HR Bowl – 48 partecipanti – 5.000.000$
  • 25K HR Aria – 35 partecipanti – 350.000$
  • 25K HR Aria – 27 partecipanti – 310.500$
  • 10K WSOP HU Championship – 114 partecipanti – 185.965$
  • 1M Big One for One Drop – 27 partecipanti – 10.000.000$

Nella maggior parte dei casi si trattava di tornei con la metà degli iscritti rispetto ai due Main consecutivi vinti da Ungar, ma il livello medio dei concorrenti non era minimamente paragonabile a quello contro cui si giocava nei primi anni ’80.

Senza contare che questo filotto di vittorie è stato centrato nello spazio di due mesi e mezzo

Eppure nessuno si è mai azzardato a osannare Bonomo appiccicandogli l’etichetta di miglior giocatore di tutti i tempi.

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L’antitesi del professionista

Una vita sregolata, una passione per il gioco diventata una malattia, una propensione al rischio completamente fuori dall’ortodossia di un professionista che si rispetti: sono queste le caratteristiche principali di quel personaggio che, a distanza di oltre vent’anni dalla sua prematura scomparsa, viene celebrato come il migliore di tutti i tempi.

I racconti di Doyle Brunson e Mike Sexton fanno rabbrividire e dipingono un personaggio fragile, irresponsabile e completamente fuori controllo, pronto a giocarsi la vita in qualsiasi circostanza in preda alle più basse pulsioni che la natura umana sia in grado di produrre.

Nel 1998 venne ritrovato esanime nella stanza di un Motel di Las Vegas con appena 800 dollari in tasca, ovvero tutto ciò che gli era rimasto dopo una carriera da professionista nel mondo del gambling, più che del poker.

Talento sprecato

Stu Ungar ha avuto la possibilità di fare tutta la differenza del mondo e probabilmente sarebbe potuto essere davvero il numero uno se avesse avuto maggior controllo del suo enorme potenziale.

Purtroppo però, ciò non è accaduto e, a conti fatti, i suoi braccialetti, i suoi hero-call da cineteca e le sue gesta rimarranno solamente un dolce ricordo di ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato.

In questo articolo non vogliamo affatto infangare la sua immagine, ma dipingerne un ritratto più coerente: di sicuro non un esempio da seguire per chi decide di intraprendere la carriera da professionista nel mondo del poker.

Per avere successo con le due carte il talento, da solo, non basta. Serve disciplina, mindset, gestione del bankroll, oculatezza nelle singole scelte, tutte caratteristiche che il buon Stuey non possedeva.

Il mondo dello sport è pieno di stelle consumatesi prima del tempo – Adriano “l’Imperatore” vi dice qualcosa? -, personaggi che hanno infiammato i cuori degli appassionati anche se lungi dall’essere dei modelli di riferimento.

Elevare genio e talento a superlativi assoluti significa fare un torto a chi ha saputo mettere in campo anche altre qualità, ben più difficili da raggiungere perché frutto di un lavoro costante su se stessi e sui propri limiti.

Insomma, se abbiamo davvero a cuore il giochino e vogliamo far sì che la sua immagine si emancipi dallo stereotipo negativo largamente diffuso nell’immaginario comune, dovremmo smetterla di santificare chi ha fatto l’esatto contrario di ciò che un professionista dovrebbe rappresentare.

Che poi ci si diletti nell’ammirare il suo talento questo è un altro paio di maniche, ma il tutto rimane, sempre e solo, fine a se stesso.

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