Due bracciali sfiorati alle ultime WSOP, quasi quattro milioni di dollari incassati nell’arco dell’estate e una primato nella All-Time Money List che, con oltre 90 milioni di dollari vinti in tornei live, al momento sembra al sicuro dagli inseguitori.
I risultati di Bryn Kenney suggerirebbero il profilo di un professionista metodico, immerso nello studio e poco disposto ad allontanarsi dalla teoria.
Dalla sua intervista a Craig Tapscott di PokerOrg emerge un’immagine molto diversa. Per lo statunitense il poker resta soprattutto uno spazio creativo: un gioco in cui l’identità del giocatore conta almeno quanto il modello che dovrebbe guidarne le decisioni.
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Due carte, una forma d’arte
Per Kenney una mano di poker non è una sequenza di problemi matematici da risolvere. Nella sua lettura ogni check, bet, raise e scelta di sizing contribuisce alla costruzione di un qualcosa che prende forma sul tavolo.
La metafora utilizzata è quella dell’arte, ma anche della musica: le due carte sono lo strumento attraverso il quale può esprimere la propria creatività.
Più che un modo elegante per raccontare il poker, questo è il fondamento di un approccio che gli permette di prendere le distanze dalle linee considerate standard per andare alla ricerca di soluzioni meno prevedibili.
Per me il poker è come una forma d’arte. Mi vedo come un artista con due carte, o forse come il compositore di una sinfonia.
Secondo Kenney, la differenza sta proprio nella possibilità di non rimanere intrappolati in ciò che si ritiene sia il modo corretto di giocare. Mentre altri seguono una strada già definita, lui preferisce cercarne una propria. I risultati, finora, non sembrano aver penalizzato la scelta.
Un posto in cui sentirsi normale
Il rapporto di Kenney con il gioco non riguarda soltanto strategia e competizione. Nell’intervista il leader della All-Time Money List torna agli anni della scuola, quando si sentiva diverso dalla maggior parte dei coetanei e faticava a riconoscersi nel percorso che la società sembrava aver preparato per lui.
Il poker gli ha offerto quello che cercava: una comunità di persone poco inclini a conformarsi, capaci di pensare fuori dagli schemi e di affrontare problemi complessi in maniera originale.
Più che il denaro, è questo senso di appartenenza a spiegare perché, dopo tanti anni e tanti successi, continui ad amare il circuito.
Al liceo faticavo a relazionarmi con le persone. Nella comunità del poker, invece, mi sento quasi a casa: è bello sentirmi una persona normale.
Kenney dice di apprezzare soprattutto la possibilità di ritrovare amici provenienti da ogni parte del mondo e di confrontarsi con persone che condividono una sensibilità simile. Un ambiente certamente competitivo, ma nel quale per lui è stato più facile riconoscersi.
La distanza dal dogma GTO
Per chi segue l’evoluzione tecnica del poker, la parte più interessante della intervista a Kenney riguarda probabilmente la GTO. Lo statunitense dice che se dovesse cominciare a giocare oggi, nel 2026, ascoltando chi sostiene che non sia possibile vincere senza adottare un’impostazione rigidamente teorica, la sua reazione sarebbe tutt’altro che entusiasta.
Se mi dicessero che per vincere bisogna giocare GTO, penserei che questo gioco è terribile. Non avrei alcun interesse: non voglio studiare.
La posizione è netta, ma non significa un rifiuto del lavoro. Kenney sostiene che sia possibile impegnarsi seriamente sul proprio gioco e costruire una strategia di livello mondiale partendo da presupposti molto diversi.
Si può essere estremamente tight oppure estremamente aggressivi, ma ciò che conta è trovare una struttura compatibile con il proprio modo di pensare.
Il punto, dunque, non è stabilire che la teoria sia inutile, quanto evitare che diventi l’unico linguaggio ammesso al tavolo. Kenney rivendica la possibilità di cercare edge attraverso intuizione, creatività ed esperienza. Una posizione discutibile, forse, ma resa meno semplice da liquidare a fronte dei 90 milioni di dollari che ha incassato nella sua carriera.
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Errori ed ego
Nella seconda parte dell’intervista il discorso si allontana dal tavolo. Partendo da alcune riflessioni pubblicate su X, Kenney affronta il tema degli errori commessi in passato e della responsabilità personale. A suo giudizio esiste una pressione diffusa a presentarsi come persone perfette, quasi che ammettere una scelta sbagliata rappresenti una debolezza.
La sua esperienza gli ha insegnato l’opposto. Crescere significa anche rileggere con maggiore lucidità decisioni prese quando si era più giovani.
Devi accettare che commetterai molti errori. A vent’anni prendi decisioni che non prenderesti a trentacinque: eri giovane, inesperto e con un grande ego.
Kenney racconta di essere sempre stato molto severo con sé stesso, ma di aver imparato col tempo anche a perdonarsi. Lo stesso vale nel rapporto con gli altri: essere in grado di individuare una soluzione non significa che qualcuno voglia ricevere consigli, né che sia sempre compito tuo offrirli.
Il suo obiettivo dichiarato, ora, è vivere in modo più armonioso, senza sentimenti negativi nei confronti di nessuno.





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